sabato 15 novembre 2014

MUNNU É, MUNNU SARÁ, ovvero IL FATALISMO CHE INCARNA L'ANIMA AGRIGENTINA!



“L’Amico del popolo” il 21 maggio 2006 da Don Giuseppe Russo. 



Agrigento è una città immobile, ove nulla cambia, niente nasce di nuovo, tutto scorre come il solito tra noia ed indifferenza, portando tutto al degrado, poiché non ha avuto mai un progetto ed ha impostato tutto sull’individualismo, sullo spontaneismo e sul pessimismo, senza una classe dirigente politica degna di questo nome. È una città smarrita, incapace di dare un senso alla propria vita, rifugiata nel consumismo, nell’individualismo, nell’egoismo.

Ciò non le consente di progettare un cambiamento nel sistema di essere per creare progresso e dignità.

È necessario, per far nascere questo, una maggiore «solidarietà» tra istituzioni e società civile, tra Università e centri di cultura per farla uscire dal ghetto del non fare e finirla con la lamentela sulla nostra cattiva sorte, causata dagli altri, che ci sfruttano e ci schiavizzano.

Non ci siamo mai domandati il perché di questo trattamento? È veramente tutta colpa degli altri?

Se qualcuna analizza la nostra situazione e distribuisce alle singole parti le proprie responsabilità, che cosa si sente rispondere? “Munnu è, munnu sarà”.

Quando, però, si portano gli esempi concreti del degrado umano e materiale, che parte da molto lontano, causato dalla mafia, dalla disoccupazione, dalla mancanza dell’acqua, dallo sfacelo del centro storico, dalla sporcizia, si scopre che Agrigento si trova giù nella graduatoria delle province italiane, allora si riceve la risposta: «Sì, è vero».

Agrigento è inondata da fatalismo, che l’avvolge quasi soffocandola. Fatalismo, che è prodotto da un individualismo esasperato, che porta il singolo individuo a curare il proprio orticello sino a distruggere quello del proprio vicino, poiché non si vive il senso comunitario. Per questo la mafia trova terreno fertile dalle nostre parti, imperando incontrastata, vestita dalle sembianze della normalità.

Il protagonismo annulla tutto per regnare incondizionato su tutto, anche se è deserto, creando una lotta sotterranea, che ha per principio: «Togliti tu, che mi ci metto io». È una lotta continua che distrugge il lavoro che è stato realizzato precedentemente.

Allora la gente, «il popolino», per sopravvivere si è creata la mentalità che nulla può cambiare, “Munnu è, munnu sarà”.

Per cambiare questa mentalità è necessario che la politica faccia un programma di vita, perché questo atteggiamento ormai incarnato nella mentalità di molti, rende inattivi i singoli cittadini, pensando che la cosa pubblica appartenga agli altri.

È una situazione triste, che dimostra che non viviamo da veri cristiani. Eppure diciamo di esserlo.

Conosciamo a memoria le parole di Gesù: «voi mi amate, osserverete i miei comandamenti». L’osservanza dei comandamenti comporta la lotta alle strutture di peccato, quali sono i furti organizzati, gli omicidi, le frodi, le disonestà, l’invidia …, cose che hanno inondato la nostra società, possedendola.

Sembra che siamo tornati all’inizio del cristianesimo, quando la società romana aveva smarrito i principi morali fondamentali.

Ma tutto non è perduto. Come allora un piccolo nucleo è stato il lievito in una grande massa, creando una nuova mentalità con la testimonianza vissuta dei principi dettati da Gesù, così oggi i veri cristiani possono fermentare questa società degradata, testimoniando il Vangelo di Gesù e creando speranza.

Allora non si dirà più: «Munnu è, munnu sarà».



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