sabato 30 agosto 2014

I paradossi della depurazione agrigentina (I)

Il sottodimensionato depuratore di Villaggio Mosè.

Il depuratore, come descritto anche nel rapporto annuale del 2013 sulle attività di controllo e vigilanza compiute dall'ATO, è dimensionato per circa 1000 abitanti equivalenti contro i circa 12.000 abitanti del popoloso Villaggio Mosè.
L'anno scorso a Giugno 2013 avevamo fatto un sopralluogo con Teleacras: non era presidiato e sembrava abbandonato a se stesso, persino il cancello aveva il catenaccio aperto.
Leggi anche qui, l'interrogazione di Matteo Mangiacavallo.


Il rapporto del 2013 parla di piccoli miglioramenti: 


Molti abitanti del Villaggio Mosè pagano la depurazione: ne usufruiscono o no? 
Pare che questo depuratore serva solo 6.000 utenti (così risulta su documenti per i FINANZIAMENTI della regione Sicilia del 2011)



Nel Luglio 2013 la società che lo gestisce ha avuto il DINIEGO allo SCARICO. Essendo sottodimensionato come funziona? Tratta soltanto un sesto delle fogne e tutto il resto arriva al mare tale e quale? Le tratta tutte?
Dal diniego allo scarico leggiamo:



Quindi tratta 12-14 l/s (circa 43 mc/h) e non riusciva (nel 2013, anno a cui si riferisce il rapporto dell'ATO) a garantire i limiti imposti dalla legge con caratteristiche del refluo in uscita peggiori di quello in entrata.

Leggiamo i dati delle analisi dei reflui in entrata e in uscita, questi sono quelli di Maggio 2014:

ingresso

uscita

Se solo una parte dei reflui viene trattata, questi dati non sono indicativi di ciò che viene sversato nel recettore, il fiume Naro, che porta con se i reflui fino a San Leone.
Se invece si tratta dell'intera fogna incanalata, cioè reflui prodotti da 6000 persone dobbiamo registrare un record!!
Infatti possiamo notare come il depuratore sottodimensionato di  Villaggio Mosè, grazie probabilmente ai miracolosi miglioramenti, riesce ad ottenere risultati simili al depuratore di Sant'Anna, quello che funziona talmente bene da poter ricevere, prossimamente, anche le fogne del Villaggio Peruzzo.
Incredibile ma è proprio così.
Ecco i dati di Sant'Anna dello stesso periodo:

ingresso


Uscita

Nel sito regionale si trova l'autorizzazione allo scarico per il nuovo depuratore  quello che dovrà sorgere a servizio della fascia costiera di Agrigento e dell'abitato di Favara.
Anche questo scaricherà nel fiume Naro.
Puoi vedere anche quella per l'adeguamento di Fontanelle.
Ecco quali sono le condizioni poste dalla Regione:



I parametri BOD5 (domanda biologica di ossigeno), COD (domanda chimica di ossigeno) e SST (solidi sospesi totali) sono significativi del contenuto organico dello scarico e quindi del potenziale livello di inquinamento del corpo idrico recettore: elevate concentrazioni di sostanza organica comportano un depauperamento dell'ossigeno disciolto a causa della proliferazione della biomassa batterica, con una conseguente modifica dell'ecosistema.
La conformità è valutata sulla base delle analisi allo scarico degli impianti con potenzialità di progetto al di sopra dei 2.000 AE, effettuate ogni anno per un numero di campionamenti predeterminato,  i limiti imposti da all'5 tab 1, D.Lgsl 152/06 sono: 25 mg/l per il BOD5, 125 mg/l per il COD, 35 mg/l per gli SS.
Generalmente è concesso qualche sforamento che fa però aumentare il numero di controlli nell'anno.

Considerando i valori del mese di Maggio 2014 (ma anche per gli altri mesi si notano valori simili) potremmo addirittura notare come i reflui in uscita da Villaggio Mosè siano meno inquinanti di quelli in uscita da Sant'Anna!
Insomma va tutto bene!
Magari avrebbero potuto deviare le fogne del Villaggio Peruzzo fino a Villaggio Mosè invece che portarle a Sant'Anna!

La quantità di Escherichia Coli? 
Non ci fate caso! Dovrebbero aggirarsi al massimo sui 5.000 (valore "consigliato" dalle normative) ma, se per i controllori/garanti va tutto bene, #statesereni. 
Anche se trovate valori superiori ai 20mila o addirittura 40mila tra le analisi dei vari depuratori della provincia.


Il 30 Giugno 2014 è passato da 2 mesi! 
I soldi si sono persi o saranno sfruttati fino in fondo? 
Pena pagamento di ulteriori infrazione all'Europa!

venerdì 29 agosto 2014

Se i vigili sono vigili ma il comune un pò meno....


Qualche giorno fa il pericolo di una buca profonda presso la via Dante è stato segnalato da APC ai vigili urbani,


intervenuti immediatamente nonostante le poche pattuglie disponibili (pare una per Agrigento e una per San Leone). 
Un consigliere si era fermato con noi 


e aveva cercato l'intervento dei tecnici che, dopo qualche difficoltà e dopo l'ulteriore insistenza della pattuglia che è rimasta a presidiare il pericolo, hanno finalmente allappazzato la buca.


Le buche, il traffico, gli incidenti?
Tanti problemi che potrebbero essere facilmente risolti con un maggiore presidio della polizia municipale.
Questo prezioso corpo comunale è da molto tempo preda di riduzioni di orari (e quindi, per questi padri e madri di famiglia, di stipendio) che rendono peggiore la qualità della vita  in città.
Agrigento è grande, i quartieri lontani gli uni dagli altri. 
C'è bisogno del presidio di tutte le zone. 
I cittadini devono avere ad adeguata disposizione questa preziosa risorsa/interfaccia dell'amministrazione che, con le giuste direttive e con turni adeguati, potrebbe rendere più vivibile la città.
Molti cittadini ci segnalano buche e muri pericolanti, non siamo noi di APC a dover sensibilizzare l'amministrazione su problemi di pubblica incolumità,  il corpo di polizia municipale dovrebbe avere la forza (uomini, tempo e mezzi) per farlo.

Il loro numero di telefono è: 0922.598585

Si potrebbero scongiurare incidenti con vittime e danni che paghiamo cari nelle tasse comunali.
Attualmente, i vigili, hanno orari ridotti con grandi pause settimanali per i recuperi del fine settimana. Riportarli ad un orario completo, per la città, sarebbe un miglioramento sostenibile! 
Non dovremmo pagare di più per avere un servizio migliore.
E' un corpo che potrebbe autosostenersi da solo, con le multe: 
  • a chi posteggia in seconda fila, 
  • a chi fa fare la cacca al cane sul marciapiede, 
  • a chi invade un posto per disabili, 
  • a chi ha un passo carrabile non autorizzato, 
  • a chi supera i limiti di velocità, 
  • a chi va in contro senso o in ZTL,
  • a chi vende abusivamente,
  • a chi se ne frega dei limiti di velocità,
  • a chi posteggia in divieto di sosta, 
  • a chi butta la spazzatura fuori dagli orari consentiti,
  • a chi butta la spazzatura al volo,
  • a chi prende il pizzo sul parcheggio...
  • e chi più ne ha più ne metta in questa città degli abusi!!!
Insomma, incrementare il servizio non costerebbe niente!! 
Perché non si provvede in tal senso? Per non educare gli agrigentini? 
Noi pensiamo che gli uomini e le donne di questo corpo siano importantissimi per la nostra città. 

Agrigento e gli Agrigentini (5) di Padre Giuseppe Russo




Non si cresce se si va avanti con leggi imposte o con denunzie vere o artificiose

Un regno diviso in se stesso, dice Gesù, va in rovina e una casa cade sull’altra . Lc. 11,17. Una città divisa, possiamo parafrasare, va in sfacelo e le sue famiglie vanno in rovina.
Questa sentenza di Gesù oggi calza bene per la città di Agrigento e i suoi abitanti. Quando non si vive nella pace, si sta chiusi ermeticamente nel proprio guscio, non si investe sul luogo e non vi è progresso. La pace dà serenità di spirito, fantasia, entusiasmo e fattività.
Invece Agrigento è una città in lotta, che vive di sospetti, di denunzie, ove gli addetti ai lavori sprecano il prezioso tempo a portare avanti quasi sempre delle cause artificiose, che si concludono con un nulla di fatto. Bene raffigurò Pirandello l’agrigentino in  don Lollò Zirafa, che ad ogni piccolo incidente “gridava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti”, ma alla fine ne  ricavava solo danno.
Un politico mi diceva qualche tempo fa: “Vuoi bruciare uno che fa politica? denuncialo. E un alto funzionario in un grosso comune dell’agrigentino: “Perché non mi sono mai piegato agli amministratori poco trasparenti, ricevevo in ufficio continuamente visite dai carabinieri, che mi sequestravano i documenti. Ho dovuto per diversi anni salire e scendere dal tribunale. Sempre sono stato prosciolto per non aver commesso il fatto. Ma chi ha ricavato un grave danno è stata la popolazione, che per difendermi il comune ha speso allora due miliardi di lire. L’unica vittoria, che hanno ottenuto questi politici, è stata che io ho detto basta e sono andato in pensione con qualche anno in anticipo”. 
Spesse volte la conclusione si riduce a un nulla di fatto, dopo che i giornali hanno fatto da cassa di risonanza, esprimendo supposizioni, giudizi, rendicontando l’iter del processo con titoli cubitali. Ma gli accusatori una sola cosa ottengono da questi processi che nell’opinione pubblica resta impressa nella mente il dubbio se l’assolto è veramente innocente. Nemmeno la stampa fa giustizia, poiché le denunzie vengano annunziate a caratteri cubitali, mentre le assoluzioni vengono comunicate, se sono date, con caratteri non appariscenti e in un posticino nascosto per riempire un piccolo vuoto di una pagina.
Questa non è condotta morale, questa non è Politica con la p maiuscola, questo è solo degrado politico o meglio rissa.
In questa situazione chi perde è sempre la cittadinanza, che non è servita, che non è guidata nella  crescita civile per conquistare sempre di più una coscienza libera.
Chi fa politica deve lavorare per incontrarsi, per discutere insieme i problemi della Città, per trovare un equilibrio nelle proposte, anche se provengono da ideologie diverse. 
La verità non sta tutta da una parte. In politica la frazione di verità, più o meno grande, si trova in tutte le ideologie. Vivendo in democrazia, la prima regola è mettere a confronto queste frazioni di verità e poi operare con lavoro paziente ed onesto a comporre le diverse tessere per elaborare un progetto che servi la Città. 
La maggioranza sta fuori della logicità, quando pensa di possedere la verità, perché ha superato il cinquanta per cento, ed impone il proprio volere alla minoranza. Questo è l’anticamera di una dittatura strisciante, che scaturisce in odi, in vendette, in denunzie. 
La maggioranza, operando così, crede di correre velocemente a realizzare il proprio programma, ma in realtà resta bloccata e cade nell’inefficienza. Chi fa le leggi deve consultare i diversi gruppi e mettere a confronto le idee per essere più aderente alle necessità. 
Quest’anno si celebra il cinquantesimo della morte di Alcide De Gasperi. 
De Gasperi è stato un grande maestro in politica, perché è stato un grande tessitore di idee. Pur ispirandosi sempre alle sue convinzioni religiose, non si è tenuto chiuso nel suo guscio, ma ha spaziato nel mondo delle idee, confrontandosi, e ha accettato ciò che trovava di valido negli altri. 
Ha preso un’Italia distrutta dalla guerra, dove imperavano ideologie contrapposte. Quando ha vinto democraticamente le elezioni nella immane battaglia elettorale dell’aprile del 1948, pur avendo la maggioranza assoluta, non pensò di governare da solo, ma associò al governo l’anima socialista e l’anima liberale per il bene dell’Italia. Proprio allora si costruì l’Italia e se siamo vissuti nella democrazia si deve a questo operare intelligente di De Gasperi.
Agrigento non può crescere civilmente se si va avanti con leggi imposte o con denunzie vere o artificiose. Infatti, quando si arriva dinanzi ad un giudice, la frattura è irreparabile fra le due parti contendenti. Questo è palese agli occhi di tutti. 
Agrigento ha bisogno di una riflessione seria ed onesta per ritrovare il bandolo della matassa smarrito. È necessario saper riconoscere gli errori commessi per ripararli. Questo significa voler bene la Città, perché nella sola pace potrà crescere. 
In questa situazione non si possono elaborare progetti. Se si fanno solo sulla carta, perché non vi è condivisione. Non si tengono più congressi, dove una volta si elaboravano le idee,  ma si impiega molto tempo nelle celebrazioni, annunziate sempre da manifesti a quattro e più colori, molto costosi, sponsorizzati quasi sempre dagli Enti pubblici. 
Si finanziano manifestazioni e si elargiscono premi a personaggi, che non dicono niente alla Città. Sarebbe interessante contare quante di queste manifestazioni si svolgano in città e quanto denaro pubblico viene speso. Siamo nel tempo del pane e del divertimento, segno di decadenza. 
Diamoci una scrollatina! 
Ricordiamoci che Agrigento ha una grande missione da compiere a livello provinciale. Se Agrigento va, tira dietro i comuni della Provincia regionale.
 Vi è un detto che tutti conosciamo: “Il pesce incomincia a puzzare dalla testa”.
Giuseppe Russo

giovedì 28 agosto 2014

Agrigento e gli Agrigentini (7) di Padre Giuseppe Russo


Un grido degli agrigentini del passato: strade, industrie e meno tasse.
Lo storico Giuseppe Picone, enumerando i motivi prossimi dell’adesione degli agrigentini alla rivoluzione del 1848, che rendevano povera ed emarginata la loro città, così si esprime dopo di aver enumerato quelli comuni a tutte le città e paesi della Sicilia: “Un commercio sterilizzato per difetto di viabilità, e per lo niuno incoraggiamento alle industrie, l’esoso intollerabile dazio sul macinato” (pag.609).
Per il Picone queste tre cause spinsero gli agrigentini alla sollevazione contro il governo borbonico, il 18 gennaio, solo sei giorni dopo alla rivolta proclamata a Palermo il 12 gennaio 1848.
Allora la città era racchiusa nel centro storico e le case erano tutte esposte al sole, senza che l’una creasse ombra all’altra. Infatti ai viaggiatori settecenteschi, che venivano dal mare, suscitava tanta ammirazione per la bellezza della forma urbanistica da sembrare ai loro occhi simile alla città di Genova. Ma dopo di averla raggiunta provavano grande delusione, percorrendo vie strette, disastrate, sporche, maleodorante, ove coabitavano uomini e bestie.
Questa era la condizione della Girgenti del settecento e dell’ottocento. Quale è ora la situazione della città dell’inizio del terzo millennio?  
Credo che non vi è una grande differenza, facendo le debite proporzioni.
Allora i mezzi di trasporto erano gli animali, che, quando erano cavalcati, venivano chiamati vetture, poi vi erano le portantine, le carrozze e i carri. Ora i mezzi di trasporto hanno fatto un salto di qualità, tutto è meccanizzato e veloce, mentre le strade sono restate lente ed impervie: sono le antiche mulattiere, asfaltate, che percorrono i tracciati di una volta con curve interminabili, spesse volte senza bordi di protezione ed anche mal tenute. Per questo motivo Agrigento è fuori di ogni commercio. Per percorrere cento venti chilometri, la distanza che separa la nostra città da Palermo, bisogna impiegare più di due ore, se si è ligi ad osservare tutte le limitazioni di velocità. E se uno va a Palermo per sbrigare un affare in giornata, bisogna che faccia salti mortali. Eppure viviamo all’età del progresso! Se, invece, da Agrigento si deve raggiungere Lucca Sicula, Bivona o S. Stefano Quisquina, bisogna raccomandare l’anima a Dio.  Come si può sviluppare un commercio vivace, come si può pensare a introdurre delle attività nuove? Il tempo oggi è d’oro. Giustamente il Picone nella prima metà dell’ottocento già metteva come prima esigenza da risolvere, la modernizzazione delle strade.
Non meno problematica è il “niuno incoraggiamento alle industrie”. L’abbiamo detto diverse volte che questi ultimi decenni hanno vanificato i grandi sforzi dei nostri bisnonni e nonni, operati dalla fine dell’ottocento e all’inizio del novecento. Tutte le attività produttive minerarie, industriali e alimentari, create con tanti sacrifici, sono totalmente scomparse dal nostro territorio. Trovai qualche anno fa in una copia del Corriere della Sera forse del 1870(?), riprodotta in stampa anastatica per una ricorrenza anniversario del quotidiano, un trafiletto, che invitava gli italiani ad acquistare delle  quote di azioni per la realizzazione del porto di Licata. Il porto è stato realizzato, anche se fu distrutto il castello a mare, e per circa cinquanta anni e più portò grande benessere alla città, ne fanno testimonianza le ville liberty della montagna. Ma quando tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo passato le miniere di zolfo dell’agrigentino sono state chiuse e man mano anche tutte le altre attività produttive industriali e agricole, con spirito fatalistico sia da parte dei cittadini che dagli amministratori,  si è accettato questa dissolvenza e non si è reagito per trovare altre attività produttive o per ammodernare i mezzi di produzione, causando  la caduta a picco dell’economia, che oggi è la più povera dell’Italia. Il “niuno incoraggiamento” di cui parla il Picone ancora perdura tra l’indifferenza dei politici, degli amministratori e anche con fatalismo dai cittadini, che non fanno altro che discussioni sterili e vuote di significato, quando non fanno altro che salire e scendere dai tribunali e così l’amministrazione va alla deriva, il denaro assegnato per realizzare delle opere si spende, creando disoccupazione, povertà  e arretratezza, che perdura imperante.
Il terzo punto elencato dal Picone: “l’esoso intollerabile dazio sul macinato”. Allora vi era questa sola tassa, che colpiva quasi tutta la popolazione ed era motivo spesse volte di rivolte delle popolazioni. Ma oggi non siamo assaliti da una infinità di balzelli? 
Acquistando una qualsiasi cosa, anche la più semplice, come un pacchetto di caramelle, dobbiamo pagare il balzello. E tassa sulla casa, sulla macchina, sull’acqua, che riceviamo a casa, sui liquidi, che immettiamo nelle fogne, sulla spazzatura, sulla luce, sul telefono, per la sosta delle macchine e tante e tante altre. Fra poco pagheremo anche  l’aria che respiriamo.
Se l’agrigentino di allora si lamentava per l’inattività dei Borboni, che erano il capro espiatorio, e insorgeva, sperando in una alternativa di avere strade migliori per un incremento del commercio, di avere industrie per creare modernità e lavoro, di pagare meno tasse. Ora l’agrigentino è rassegnato, perché non trova una alternativa per uno sviluppo, per un cambiamento. Così  tutto va alla deriva, perché non vi è speranza. 
Giuseppe Russo

martedì 26 agosto 2014

Agrigento e gli Agrigentini (6) di Padre Giuseppe Russo


Chi è soddisfatto dalla situazione attuale di Agrigento non ama la sua città.
Era il luglio del 1999 quando il mio nuovo superiore provinciale venne a Palermo per un giro di incontri con i confratelli prima di formare le comunità della Provincia religiosa. Nell’incontro che ebbe con me, mi disse che aveva pensato di mandarmi a dirigere la comunità di Agrigento. Non feci obbiezioni, né sollevai problemi e, come al solito, accettai con gioia il trasferimento, anche perché ero abbastanza inoltrato nella storia dei redentoristi di Agrigento e particolarmente sul Servo di Dio P. Isidoro Fiorini.  
Ma fu un disastro. Non perché trovai la chiesa nel modo come la conoscete e la casa in un estremo degrado, che credo ad Agrigento nessuno vive in una situazione simile. E poi la casa presa a colpi di pietre con danni enormi, i vetri della chiesa frantumati ugualmente a colpi di pietra, sentirmi assalito da funzionari pubblici e no con pretensioni sulla casa, che ci appartiene, in quanto abbiamo l’uso perpetuo con il diritto di fare qualunque trasformazione. 
Tutte queste cose non mi abbatterono, poiché provenivo da una lunga esperienza di parroco in grandi parrocchie ed anche a rischio, ma ciò che mi procurò grandi difficoltà fu che ogni volta che aprivo bocca con un agrigentino, era discussione, che portava a rottura. 
Mi interrogai: “Dipende da me?”. E allora vissi mesi di riflessione e di ricerca, ma non trovai nulla di anormale in me. E mi dibattevo tra il “mi isolo?”, “faccio l’indifferente tanto sono di passaggio?”. In vita mia mai ho tirato i remi in barca, perché convinto che un cristiano non deve mai disimpegnarsi e poi provenivo da fronti combattivi. Allora  decisi di capire l’impostazione del pensiero dell’agrigentino e, per trovare un aiuto, acquistai le novelle di Pirandello, poiché la conclusione di ogni discorso con il mio interlocutore di turno era con la solita frase: “Siamo figli di Pirandello”.
I primi interventi su “L’amico del popolo” e ricordo il primo, ”Abbandonata”, sono stati il frutto di questa riflessione. Giustamente ho incontrato gente in questi anni che mi ha detto: “Ho capito che lei vuole bene Agrigento”, altri che mi pregano di continuare in questa battaglia, altri dicono: “Ma padre Russo che cosa ha per la testa?”. Questa diversità di giudizio mi ha incoraggiato a perseverare nella ricerca.
Che ad Agrigento non va tutto bene, come non tutto va male, questo è certo. Ma è certo che i nostri giovani partono, che si fanno solo gli interessi personali o di gruppo, che la città non cresce, poiché percorre la china in discesa che non indica nessuna speranza per il futuro, anzi di arretratezza e di abbandono. E mi interrogo: “Se un bel giorno il governo stabilisse la riduzione delle Province in Italia e tra queste facesse capolino la nostra città, quale sorte avrebbe Agrigento?”. Credo che questa proposta o meglio decisione era stata presa da Francesco I Borbone nel 1838 e furono proprio i redentoristi con monsignor Cocle a scongiurarla.
Agrigento non ha attività agricola, non ha attività marittima, non ha industrie. Agrigento vive con il ceto impiegatizio e soppressa la Provincia ritornerebbe ad avere altri ruderi che nessuno verrebbe a visitare, perché le costruzioni di oggi non dicono proprio niente.
Chiedere che si aguzzi il cervello per non fare partire i giovani, chiedere che la città sia più vivibile, che vi sia più igiene con risolvere il problema dei topi e dei colombi, chiedere di affrontare il grave problema del degrado del centro storico, chiedere impegno e servizio a chi spetta di espletare le pratiche per portare a compimento determinati finanziamenti e tanta e tante altre cose…, questo significa che non si ama Agrigento? 
Sono proprio i cittadini che dicono: “A me non interessano questi problemi, perché ho il mio”. Sono proprio quei cittadini, che si sono costruiti serbatoi di molti metri cubi, e che dicono: “Non noto il  problema dell’acqua”. Sono quei cittadini che con grettezza mentale fanno solo riferimento alla Valle dei Templi, creando un turismo solo di passaggio. Sono quei cittadini che si otturano gli occhi e non guardano i tesori della natura che Dio ha riversato su Agrigento per creare lavoro e benessere, ma li utilizzano per proprio uso e consumo, deturpando tutto. Sono quei cittadini indifferenti verso le meraviglie del centro storico, che anno per anno va in degrado, e quando un edificio crolla sono tutti meravigliati. Sono quei cittadini, che facendogli un rilievo su situazione degradate, come i fili volanti di luce elettrica e di telefono, appesi sconciamente nelle costruzioni del settecento di via Duomo e sulla parete della cattedrale, se la prendono come offesa personale.
Si potrebbe continuare così all’infinito. 
Sono proprio questi i cittadini che, vivendo nella passività, non vogliono bene Agrigento, perché ormai i loro occhi e il loro cervello sono così appannati che non si rendono conto in quale triste situazione si vive. Mi sembra di stare in una provincia di uno stato, così detto, in via di sviluppo.
La commissione antimafia venuta la settimana scorsa ha ribadito queste stesse cose.  Allora chi ce l’ha con Agrigento? 
Credo che le parole di Gesù “Se non vi convertirete, tutti perirete” sono attuali e ci dovrebbero fare riflettere. Vincere le elezioni non significa curare la propria immagine, e porsi a governare non significa occupare i primi posti, ma significa assumersi tutte le problematiche per studiarle e portarle a compimento con spirito di sacrificio e di servizio.
Giuseppe Russo

lunedì 25 agosto 2014

Perdite idriche: cornuti e mazziati?


Le bollette arrivano e c'è da piangere. 
Gli operai bussano al portone per dire che staccano il contatore.... 
Perchè paghiamo tanto?
Il nostro gestore ci assicura che "tutto scorre" a meraviglia nell'acquedotto!

Abbiamo letto con attenzione il rapporto annuale sulle attività di controllo e vigilanza dei sistemi idrici.
Lo potete trovare qui.

Oggi vogliamo parlare di quella che per noi è una macroscopica mancanza nel rapporto:
la stima delle perdite!
Come mai il Rapporto non ne parla?
Si rendono note le quantità di acqua acquistata e il prezzo per ogni comune:


ed anche quanta acqua è stata immessa in ogni rete:


ma nel rapporto non si dice niente riguardo le perdite!

Conosciamo, dal documento con cui furono calcolate le prime tariffe uniche, le perdite del 2010:

anche se c'è una differenza tra il vecchio e il nuovo documento riguardo i mc immessi nel 2010 

allora fu dichiarato un 38,78% di perdite.

E oggi? Che ne è nel 2013? 
Qualcuno parla del 50%!! 
Perchè nella relazione dei tecnici dell'ATO non si parla di questo indicatore di efficienza e rispetto di quanto pattuito? 
Eppure nel disciplinare tecnico si indicano degli obiettivi da perseguire, in tal senso!



Come si può vedere mancano i valori della programmazione tranne quello a 5 e 10 anni. La convenzione di gestione fu firmata il 27 Novembre 2007 e ad essa è allegato il disciplinare tecnico.

(dalla delibera 25/2014)

Il disciplinare tecnico parla chiaro:



Quindi il gestore dovrebbe pagare il 2% del fatturato come penale?
Intanto se le perdite sono rimaste quelle del 2010 nelle nostre bollette abbiamo pagato circa il 40% di acqua in più che ad ogni turno di somministrazione vediamo bagnare strade e terreni.
Perché i tecnici incaricati dell'ATO non hanno scritto una parola su questo?
Perché non deve essere messo in pubblica evidenza il valore delle perdite, ad esempio su questo rapporto?
Le perdite  spesso e volentieri fanno anche danni che ci ritroviamo a pagare! 
Creano voragini nelle strade con grandi e piccoli "inconvenienti".
I danni dell'acqua che si perde così li troviamo
non solo nelle bollette idriche ma, probabilmente, anche nelle tasse comunali.

Ad esempio, chi pagherà questi 77.475 euro?






Interessante, sul tema, l'intervista sull'Amico del Popolo del sindaco di Casteltermini, Nuccio Sapia; si parla di perdite verso il minuto 26. 

Pare che in provincia siano del 50-52 %.

L'acqua acquistata da Girgenti Acque prevalentemente da Siciliacque, un ente 25% regionale e 75% privato (65% francese), costa al gestore già 0.75 euro/mc. 
Se metà se ne perde per strada il cittadino può continuare a pagare? 
Ma l'acqua è un bene comune o no? 
E' pubblica?

Intanto per qualsiasi disguido in tema acqua il commissario straordinario ha predisposto un servizio di raccolta e gestione delle problematiche riscontrate in provincia. Gli incaricati di ogni comune dovranno comunicare le "difficoltà" riscontrate:

Il comune di Agrigento ha predisposto personale e recapiti per ricevere le segnalazioni dei cittadini/utenti:



domenica 24 agosto 2014

Attenti alla palma!


"U SIGNURI NAV'AIUTARI"
SI, esatto! avete visto bene; questo accade solo ad Agrigento (in questo preciso istante); si aspetta che la palma collassi a causa del punteruolo e rischia di cadere sulla testa della gente - tanto ci sono i Vigili del Fuoco sempre presenti per qualsiasi evenienza. Magari se in questo momento andasse a fuoco la casa di qualche amministratore (MACARI) o peggio ancora, arriva una chiamata per un gravissimo incidente stradale...i Pompieri non sono disponibili poichè disimpegnano il loro compito non prettamente istituzionale (perchè prevedibile e risolvibile dall'ufficio tecnico o l'assessorato al verde) 
E' una VERGOGNA tutta nostrana!!


Agrigento e gli agrigentini (1) di Padre Giuseppe Russo

L’agrigentino parla, parla, parla
Agrigento è una città solare. Il mare, le spiagge, il cielo, il sole, la Valle dei Templi, le chiese, i colori delle sue terre e poi via via le strade del centro storico, anche se sono nel più grande abbandono, offrano all’improvviso  degli squarci, che ti fanno dire a cuore aperto: “Quanto è bello”. 





Ma tutto questo all’agrigentino non dice nulla, ecco perché ciò che è pubblico è in abbandono. 
Immobile, muto, cieco e sordo sta dinanzi a questo ben di Dio. Non perché non parla, non vede, non sente, ma perché è indifferente verso tutto quello che lo circonda. A lui importa solo la sua persona, il suo modo di pensare, il piccolo mondo che sta sotto il suo dominio e quello che potrebbe essere in futuro anche suo, perciò non vuole sentire, non vuol vedere, non vuole ascoltare quello che non gli interessa, non vuole valicare il suo piccolo orizzonte.
Però parla, parla, parla, discute, discute, discute, è un filosofo che non viene mai a una conclusione, perché, se giungesse a una conclusione, dovrebbe modificare il suo modo di pensare, il suo modo di agire, il suo modo di rapportarsi con gli altri e questo gli comporterebbe fatica e sacrificio. Forse, se Dante Alighieri scrivesse oggi La Divina Commedia, lo metterebbe nel girone degli ignavi.
Se per caso vi è un agrigentino coraggioso, che vuole uscire da questa palude per vedere, ascoltare e parlare, subito viene criticato, lottato, emarginato con dire: “Che si sente di essere, che vuole fare!” e verrebbe indicato come un individuo lebbroso, che bisogna isolare immediatamente, perché  contagerebbe gli altri, creando una differenziazione pericolosa. 
Con questa filosofia, nell’agrigentino, non può nascere nulla di diverso. Anche le cooperative qui non hanno trovato terreno fertile, perché è lapalissiano che l’agrigentino è individualista. Infatti non sa vivere socialmente, non riesce a portare avanti un lavoro con gli altri con responsabilità. Se vi sono delle cooperative, queste sono alle dirette dipendenze o della Regione o dello Stato. 
L’agrigentino non si associa, perché non ha fiducia nell’altro. L’altro è visto come colui che vuole appropriarsi della sua fatica e del frutto del suo lavoro. Giustamente l’esperienza insegna che una società, costituita con questi sospetti,  va incontro a sicuro  fallimento o per il poco impegno profuso nel lavoro o per appropriazioni indebite. 
L’agrigentino, essendo individualista, non ha grandi progetti, non sogna una trasformazione della società, ma lotta per mantenere lo statu quo, coltivando il proprio orticello nell’assoluta disconoscenza dell’altro, perché ha pausa di trovare concorrenza. Un esempio eclatante e molto banale sotto lo sguardo di tutti è: l’agrigentino, da sempre, si pulisce la casa e butta fuori per strada l’acqua sporca.
L’individualismo porta l’agrigentino ad essere conformista. Se lo si vuole far mutare in qualcosa si smarrisce, quasi ha la sensazione di perdere la propria identità. Allora lotta con arme subdole. In una discussione sembra che accetti le argomentazioni, ma poi quando si arriva al dunque,  senza ritegno, ritorna a fare come sempre ha fatto. Questo modo di essere lo rende bugiardo e invidioso. 
L’agrigentino è poco generoso, se gli chiedi una qualcosa, una notizia, un gesto di generosità, cose che non portano grandi pesi, di presenza ti fa capire che si interesserà, che darà una risposta e che è a disposizione. Chiuso l’incontro, ti porta a domani o a dopodomani, e tu non avrai mai una risposta, finché non ti stanchi e non lo cerchi più. 
Questo modo di essere dell’agrigentino è utile a chi detiene il potere economico e politico, perché, mimetizzandosi dietro questa massa uniforme, non appare e sta dietro le quinte, facendo il puparo. È sicuro che non perderà il potere, anzi lo terrà saldo nelle sue mani ancora per molto tempo, perché  nell’immobilità della situazione agrigentina non incontrerà opposizione, non riceverà scossoni. 
Giuseppe Russo




sabato 23 agosto 2014

Agrigento e gli Agrigentini (8) di Padre Giuseppe Russo




Il cittadino vale per quello che mette o può mettere a disposizione del gruppo di potere.
Tutti sappiamo che quando un appezzamento di terreno è invaso dalla gramigna non produce e se produce qualcosa, il frutto è rachitico e di poco gusto, perché la gramigna si accaparra di tutti i buoni umori della terra. 
Così è l’economia di un paese quando è controllata da un solo gruppo di potere, che non da spazio ad altri. Non vi sarà sviluppo e se qualcosa nasce è il risultato del sottosviluppo, che non va a passo con la crescita normale degli altri paesi civili e moderni. 
La gramigna raffigura bene la mafia, che è il malaffare; infatti la mafia mortifica tutte le iniziative nuove o diverse sino a farle morire,  allontanando chi potrebbe procurare con intelligenza e sacrificio un vero sviluppo. Da noi si fanno partire con gioia i cervelli per non essere disturbati, mentre si tengono cari i lacché, che sanno servire bene i loro padroni. 
Come la gramigna impoverisce la terra, e non le fa portare frutto, così la mafia crea il vuoto attorno a sé e porta alla morte sociale.
La prima volta che si scrisse la parola mafia è stato nel cinquecento in Sicilia, quando in un documento venne chiamata una certa Maria a licatisa, “a mafiusa”. Da allora negli anni successivi questa parola divenne comune, anche se non si conosceva e non si conosce il vero significato, attribuendola a una setta segreta, che operava in difesa del povero conculcato dai forti. Il Natoli alla fine dell’ottocento immortalò con una opera monumentale la setta dei “Beati Paoli”, formata da nobili, che operava nei sotterranei della vecchia Palermo del settecento in difesa del debole conculcato dalle leggi strozzine del potere costituito di allora: in realtà era un contropotere che operava a rendere giustizia.
La struttura della mafia come oggi è costituita con le sue strutture proviene dall’unità d’Italia. È certo che Garibaldi per sbarcare a Marsala e poi raggiungere Palermo, oltre all’aiuto dato degli inglesi, trovò la collaborazione e l’aiuto della mafia. È certo che i capi carismatici mafiosi dopo l’unità d’Italia si formarono nella carboneria, che era una emanazione della massoneria. La struttura rigida dell’organizzazione mafiosa certamente deriva dalla setta dei carbonari. Infatti la carboneria come la mafia è rigidamente gerarchica. Nella carboneria si entrava solamente dopo di aver giurato e firmato l’atto di adesione e di ubbidienza ai capi con il proprio sangue. 
Chi organizzò la mafia  sulla falsariga della carboneria è stato un certo Antonino Giammona dell’allora borgata Uditore di Palermo, che prese parte prima alla rivoluzione del 1848 e poi a quella del 1860, divenendo capitano della guardia nazionale. Allacciò amicizie con i potenti siciliani sia in economia che in politica della nuova Italia costituita, divenendo un don ed un grande elettore. 
Scrollatosi di dosso i Borboni,  nell’animo di alcuni, che si erano riuniti in setta, restò il senso di sostituzione, che è il “togliti tu che mi ci metto io”, senza mantenere l’ideale dell’uguaglianza, del progresso e della crescita del cittadino. Si credette che la gestione della cosa pubblica fosse qualcosa di privato, una conseguenza delle lotte personali sostenute, poiché i più restavano sempre indifferenti e pronti ad abbassare la testa. Questa convinzione si è trasmessa da una generazione all’altra sino ad oggi. E così si è formato una ferrea chiusura, che ha il solo scopo di controllare tutto ciò che comporta il profitto a vantaggio del gruppo.  Profitto che principalmente è guadagno, ma è anche rappresentanza, potere politico, quando non è altro. 
Questo tipo di gestione non può essere organizzata da un analfabeta o quasi, anche se è molto intelligente, perché le leggi di  progettazione, l’impostazione e la direzione di progetti economici, politici e le scelte fondamentali necessitano una conoscenza specifica. Dire che il capo della mafia è il tizio o il caio, proveniente dalla campagna o dalla pastorizia, è solo una favola. Questi certamente sono la facciata per allontanare dal cittadino la voglia della ricerca dei veri capi, che formano il contro stato nell’economia e nella politica. Se la mafia gestisce miliardi di euro si può credere che il capo sia un illetterato, un incompetente? È necessario che il vero capo sia ben altro, il grande puparo, che manovra consapevolmente i fili della politica, dell’economia e dello sviluppo, regolando tutto per un proprio progetto. 
In centosessantaquattro anni di Unità d’Italia, perché non è cambiato proprio nulla? Se i veri mafiosi fossero quelli che sono stati condannati  o quelli che vivono nella latitanza, a quest’ora la mafia sarebbe scomparsa e la Sicilia sarebbe l’isola felice. Ma non è così. 
Da noi il cittadino per aver un servizio, anche il più banale, che gli è dovuto, deve cercarsi la raccomandazione. Questo significa che tutte le strutture dello stato, della regione e del comune non appartengono al cittadino, ma appartengono a questo determinato gruppo, che le metta a disposizione di chi vuole, quando vuole  e come vuole. 
Perché le necessità del cittadino devono essere filtrate da chi non dovrebbe mettere il naso in cose prettamente private? È segno che non vi è rispetto della dignità dell’individuo, ma il cittadino viene valutato da quello che vuole mettere a disposizione o da quello che può mettere a disposizione del gruppo di potere. Questo modo di agire emargina la gran parte della popolazione e per questo che  non c’è il progresso e la crescita, anzi c’è la morte, ad Agrigento, che è scesa all’ultimo posto della province produttive italiane. 
Si è parlato tanto di legalità negli ultimi decenni, ma è stato solo un discorso costruito con le parole, ma non con le opere.
Giuseppe Russo


venerdì 22 agosto 2014

Agrigento e gli Agrigentini (9) di Padre Giuseppe Russo


Quando la politica non è politica, ma affare personale.
Quando Akragas divenne Agrigentum e perdette la sua indipendenza, facendo parte della Provincia di Trinacria nel contesto della Repubblica di Roma, dovette assumere lo stesso schema giuridico, formato da patrizi, da liberti e da schiavi, differenze sulle quali si fondava il sistema giuridico e sociale.
Pur essendo le classi formate da uomini con le identiche facoltà, esigenze e necessità, eppure la legge li considerava di dignità diversa.
I patrizi possedevano il potere politico ed economico ed avevano tutti i diritti e pochissimi doveri.
I liberti, benché fossero dei cittadini liberi, avevano pochi diritti  e molti doveri. Infatti per vivere ricevevano dal patrizio, attorno al quale gravitavano, la sportula, cioè i mezzi di sussistenza. 
Gli schiavi, ai quali non veniva riconosciuta la dignità di uomini liberi, non avevano neppure la possibilità di esprimere il loro pensiero e di organizzarsi. Infatti non avevano alcun diritto ma solo tutti i doveri e vivevano nelle totali dipendenze del patrizio come se fossero delle cose 
Questa era la situazione della civilissima Roma e questi principi trasmetteva ai popoli che assoggettava.
Ora dopo di più di due millenni acqua sotto i ponti ne è passata abbastanza, conquiste ne sono state fatte, di diritti e di doveri se ne è parlato e se ne è scritto e uomini ne sono morti per ottenere la pari dignità e la libertà di pensiero e di agire. Ma con il dovuto raffronto e la dovuta considerazione si può affermare che non è mutato quasi nulla.
Il patrizio oggi è chi detiene il potere economico, anche se fisicamente non appare alla luce del sole. È il grande puparo, che decide su la sorte delle città e dei cittadini, poiché ha l’ultimo atto decisionale se si deve aprire la città allo sviluppo o no, se bisogna cambiare mentalità alla massa o lasciarla nella grassa ed eterna ignoranza per continuare a manovrarla.
Il liberto oggi è la lunga mano del grande puparo, formata dai leccapiedi, dai cortigiani consenzienti ad ogni ordine, dai propagatori di notizie per creare opinione favorevole per il puparo o del suo rappresentante, facendo credere che tutto è fatto a favore del popolo, ma nello stesso tempo anch’essi sono schiavizzati, perché vanno per la sportula, che consiste nel ricevere favori e avere migliorie nella propria carriera.
Infine gli schiavi oggi sono la massa informe dei cittadini, che apparentemente è libera, che ha forse una casa, che ha un lavoro, quando lo ha, che paga tutte le tasse, che è condizionato nel vivere, che non ha parere decisionale nelle scelte cittadine, se ve ne sono. Se riceve qualcosa, la riceve per grazia e non perché l’è dovuto, che ha sempre la possibilità o meglio la libertà di emigrare, e quando emigra è una seccatura in meno.
Brutto raffronto, brutta considerazione, ma sono raffronti e considerazioni veri e reali.
Tutti sappiamo che la finzione non può avere lunga vita, perché prima o dopo la massa amorfa, messa da parte prenderà coscienza e si avvererà quello che Paolo VI scrisse nella Populorum Progressio: “Stati attenti all’ira dei poveri”.
In uno stato di democrazia chi ci governa deve dire e deve fare tutto alla luce del sole. Deve far sapere come va l’economia, a che punto sono le pratiche avviate, se è necessario, deve esporre i problemi, che sorgono, le difficoltà che si incontrano. Allora si, che siamo in uno stato di vera democrazia.
Apparente però ci siamo su tutte queste regole. Infatti con la promulgazione di una nuova legge si fanno i bandi, si pubblicano le modalità, si esaminano i progetti. Poi i progetti accettati vengono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale. Allora in te sorge una grande speranza, perché ti convinci che è stato fatto secondo le regole democratiche. Aspetti pazientemente i tempi della realizzazione, ma non arriva nulla. Domandi agli interessati a che punto è il finanziamento. Ti danno tempi e speranze nella realizzazione, ma i tempi e le speranze poi passano e svaniscono. Ti attivi di incontrare quelli che ti hanno dato tempi e speranza, cercando di contrattarli con il telefono o il telefonino, che ti hanno dato, non riesci ad avere un contatto. Ripeti, tendi, chiedi attorno, ma trovi solo silenzio. Ti vesti di santo coraggio, vai negli uffici competenti e ricevi la triste notizia che non c’è nulla sino ad ora. E se domandi: c’è speranza nel prossimo futuro? La risposta è non vada dietro i politici.
La triste conclusione, che tiri, è: ho speso denaro per i progetti, ho perso tempo, mi hanno ingannato, non ho più fiducia nelle istituzioni. Allora concludi: tutto è un imbroglio, un gioco per arricchire pochi, che come tante sanguisughe tirano il sangue ai poveri.
Questa è democrazia?
Chi viene da fuori, da un ambiente più evoluto, ha l’impressione di trovarsi in una provincia del Sudamerica, dove solo pochi hanno lo spazio di decidere, perché solo pochi controllano l’economia e la politica. 
Giuseppe Russo