sabato 23 agosto 2014
Agrigento e gli Agrigentini (8) di Padre Giuseppe Russo
Il cittadino vale per quello che mette o può mettere a disposizione del gruppo di potere.
Tutti sappiamo che quando un appezzamento di terreno è invaso dalla gramigna non produce e se produce qualcosa, il frutto è rachitico e di poco gusto, perché la gramigna si accaparra di tutti i buoni umori della terra.
Così è l’economia di un paese quando è controllata da un solo gruppo di potere, che non da spazio ad altri. Non vi sarà sviluppo e se qualcosa nasce è il risultato del sottosviluppo, che non va a passo con la crescita normale degli altri paesi civili e moderni.
La gramigna raffigura bene la mafia, che è il malaffare; infatti la mafia mortifica tutte le iniziative nuove o diverse sino a farle morire, allontanando chi potrebbe procurare con intelligenza e sacrificio un vero sviluppo. Da noi si fanno partire con gioia i cervelli per non essere disturbati, mentre si tengono cari i lacché, che sanno servire bene i loro padroni.
Come la gramigna impoverisce la terra, e non le fa portare frutto, così la mafia crea il vuoto attorno a sé e porta alla morte sociale.
La prima volta che si scrisse la parola mafia è stato nel cinquecento in Sicilia, quando in un documento venne chiamata una certa Maria a licatisa, “a mafiusa”. Da allora negli anni successivi questa parola divenne comune, anche se non si conosceva e non si conosce il vero significato, attribuendola a una setta segreta, che operava in difesa del povero conculcato dai forti. Il Natoli alla fine dell’ottocento immortalò con una opera monumentale la setta dei “Beati Paoli”, formata da nobili, che operava nei sotterranei della vecchia Palermo del settecento in difesa del debole conculcato dalle leggi strozzine del potere costituito di allora: in realtà era un contropotere che operava a rendere giustizia.
La struttura della mafia come oggi è costituita con le sue strutture proviene dall’unità d’Italia. È certo che Garibaldi per sbarcare a Marsala e poi raggiungere Palermo, oltre all’aiuto dato degli inglesi, trovò la collaborazione e l’aiuto della mafia. È certo che i capi carismatici mafiosi dopo l’unità d’Italia si formarono nella carboneria, che era una emanazione della massoneria. La struttura rigida dell’organizzazione mafiosa certamente deriva dalla setta dei carbonari. Infatti la carboneria come la mafia è rigidamente gerarchica. Nella carboneria si entrava solamente dopo di aver giurato e firmato l’atto di adesione e di ubbidienza ai capi con il proprio sangue.
Chi organizzò la mafia sulla falsariga della carboneria è stato un certo Antonino Giammona dell’allora borgata Uditore di Palermo, che prese parte prima alla rivoluzione del 1848 e poi a quella del 1860, divenendo capitano della guardia nazionale. Allacciò amicizie con i potenti siciliani sia in economia che in politica della nuova Italia costituita, divenendo un don ed un grande elettore.
Scrollatosi di dosso i Borboni, nell’animo di alcuni, che si erano riuniti in setta, restò il senso di sostituzione, che è il “togliti tu che mi ci metto io”, senza mantenere l’ideale dell’uguaglianza, del progresso e della crescita del cittadino. Si credette che la gestione della cosa pubblica fosse qualcosa di privato, una conseguenza delle lotte personali sostenute, poiché i più restavano sempre indifferenti e pronti ad abbassare la testa. Questa convinzione si è trasmessa da una generazione all’altra sino ad oggi. E così si è formato una ferrea chiusura, che ha il solo scopo di controllare tutto ciò che comporta il profitto a vantaggio del gruppo. Profitto che principalmente è guadagno, ma è anche rappresentanza, potere politico, quando non è altro.
Questo tipo di gestione non può essere organizzata da un analfabeta o quasi, anche se è molto intelligente, perché le leggi di progettazione, l’impostazione e la direzione di progetti economici, politici e le scelte fondamentali necessitano una conoscenza specifica. Dire che il capo della mafia è il tizio o il caio, proveniente dalla campagna o dalla pastorizia, è solo una favola. Questi certamente sono la facciata per allontanare dal cittadino la voglia della ricerca dei veri capi, che formano il contro stato nell’economia e nella politica. Se la mafia gestisce miliardi di euro si può credere che il capo sia un illetterato, un incompetente? È necessario che il vero capo sia ben altro, il grande puparo, che manovra consapevolmente i fili della politica, dell’economia e dello sviluppo, regolando tutto per un proprio progetto.
In centosessantaquattro anni di Unità d’Italia, perché non è cambiato proprio nulla? Se i veri mafiosi fossero quelli che sono stati condannati o quelli che vivono nella latitanza, a quest’ora la mafia sarebbe scomparsa e la Sicilia sarebbe l’isola felice. Ma non è così.
Da noi il cittadino per aver un servizio, anche il più banale, che gli è dovuto, deve cercarsi la raccomandazione. Questo significa che tutte le strutture dello stato, della regione e del comune non appartengono al cittadino, ma appartengono a questo determinato gruppo, che le metta a disposizione di chi vuole, quando vuole e come vuole.
Perché le necessità del cittadino devono essere filtrate da chi non dovrebbe mettere il naso in cose prettamente private? È segno che non vi è rispetto della dignità dell’individuo, ma il cittadino viene valutato da quello che vuole mettere a disposizione o da quello che può mettere a disposizione del gruppo di potere. Questo modo di agire emargina la gran parte della popolazione e per questo che non c’è il progresso e la crescita, anzi c’è la morte, ad Agrigento, che è scesa all’ultimo posto della province produttive italiane.
Si è parlato tanto di legalità negli ultimi decenni, ma è stato solo un discorso costruito con le parole, ma non con le opere.
Giuseppe Russo
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