Non si cresce se si va avanti con leggi imposte o con denunzie vere o artificiose
Un regno diviso in se stesso, dice Gesù, va in rovina e una casa cade sull’altra . Lc. 11,17. Una città divisa, possiamo parafrasare, va in sfacelo e le sue famiglie vanno in rovina.
Questa sentenza di Gesù oggi calza bene per la città di Agrigento e i suoi abitanti. Quando non si vive nella pace, si sta chiusi ermeticamente nel proprio guscio, non si investe sul luogo e non vi è progresso. La pace dà serenità di spirito, fantasia, entusiasmo e fattività.
Invece Agrigento è una città in lotta, che vive di sospetti, di denunzie, ove gli addetti ai lavori sprecano il prezioso tempo a portare avanti quasi sempre delle cause artificiose, che si concludono con un nulla di fatto. Bene raffigurò Pirandello l’agrigentino in don Lollò Zirafa, che ad ogni piccolo incidente “gridava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti”, ma alla fine ne ricavava solo danno.
Un politico mi diceva qualche tempo fa: “Vuoi bruciare uno che fa politica? denuncialo. E un alto funzionario in un grosso comune dell’agrigentino: “Perché non mi sono mai piegato agli amministratori poco trasparenti, ricevevo in ufficio continuamente visite dai carabinieri, che mi sequestravano i documenti. Ho dovuto per diversi anni salire e scendere dal tribunale. Sempre sono stato prosciolto per non aver commesso il fatto. Ma chi ha ricavato un grave danno è stata la popolazione, che per difendermi il comune ha speso allora due miliardi di lire. L’unica vittoria, che hanno ottenuto questi politici, è stata che io ho detto basta e sono andato in pensione con qualche anno in anticipo”.
Spesse volte la conclusione si riduce a un nulla di fatto, dopo che i giornali hanno fatto da cassa di risonanza, esprimendo supposizioni, giudizi, rendicontando l’iter del processo con titoli cubitali. Ma gli accusatori una sola cosa ottengono da questi processi che nell’opinione pubblica resta impressa nella mente il dubbio se l’assolto è veramente innocente. Nemmeno la stampa fa giustizia, poiché le denunzie vengano annunziate a caratteri cubitali, mentre le assoluzioni vengono comunicate, se sono date, con caratteri non appariscenti e in un posticino nascosto per riempire un piccolo vuoto di una pagina.
Questa non è condotta morale, questa non è Politica con la p maiuscola, questo è solo degrado politico o meglio rissa.
In questa situazione chi perde è sempre la cittadinanza, che non è servita, che non è guidata nella crescita civile per conquistare sempre di più una coscienza libera.
Chi fa politica deve lavorare per incontrarsi, per discutere insieme i problemi della Città, per trovare un equilibrio nelle proposte, anche se provengono da ideologie diverse.
La verità non sta tutta da una parte. In politica la frazione di verità, più o meno grande, si trova in tutte le ideologie. Vivendo in democrazia, la prima regola è mettere a confronto queste frazioni di verità e poi operare con lavoro paziente ed onesto a comporre le diverse tessere per elaborare un progetto che servi la Città.
La maggioranza sta fuori della logicità, quando pensa di possedere la verità, perché ha superato il cinquanta per cento, ed impone il proprio volere alla minoranza. Questo è l’anticamera di una dittatura strisciante, che scaturisce in odi, in vendette, in denunzie.
La maggioranza, operando così, crede di correre velocemente a realizzare il proprio programma, ma in realtà resta bloccata e cade nell’inefficienza. Chi fa le leggi deve consultare i diversi gruppi e mettere a confronto le idee per essere più aderente alle necessità.
Quest’anno si celebra il cinquantesimo della morte di Alcide De Gasperi.
De Gasperi è stato un grande maestro in politica, perché è stato un grande tessitore di idee. Pur ispirandosi sempre alle sue convinzioni religiose, non si è tenuto chiuso nel suo guscio, ma ha spaziato nel mondo delle idee, confrontandosi, e ha accettato ciò che trovava di valido negli altri.
Ha preso un’Italia distrutta dalla guerra, dove imperavano ideologie contrapposte. Quando ha vinto democraticamente le elezioni nella immane battaglia elettorale dell’aprile del 1948, pur avendo la maggioranza assoluta, non pensò di governare da solo, ma associò al governo l’anima socialista e l’anima liberale per il bene dell’Italia. Proprio allora si costruì l’Italia e se siamo vissuti nella democrazia si deve a questo operare intelligente di De Gasperi.
Agrigento non può crescere civilmente se si va avanti con leggi imposte o con denunzie vere o artificiose. Infatti, quando si arriva dinanzi ad un giudice, la frattura è irreparabile fra le due parti contendenti. Questo è palese agli occhi di tutti.
Agrigento ha bisogno di una riflessione seria ed onesta per ritrovare il bandolo della matassa smarrito. È necessario saper riconoscere gli errori commessi per ripararli. Questo significa voler bene la Città, perché nella sola pace potrà crescere.
In questa situazione non si possono elaborare progetti. Se si fanno solo sulla carta, perché non vi è condivisione. Non si tengono più congressi, dove una volta si elaboravano le idee, ma si impiega molto tempo nelle celebrazioni, annunziate sempre da manifesti a quattro e più colori, molto costosi, sponsorizzati quasi sempre dagli Enti pubblici.
Si finanziano manifestazioni e si elargiscono premi a personaggi, che non dicono niente alla Città. Sarebbe interessante contare quante di queste manifestazioni si svolgano in città e quanto denaro pubblico viene speso. Siamo nel tempo del pane e del divertimento, segno di decadenza.
Diamoci una scrollatina!
Ricordiamoci che Agrigento ha una grande missione da compiere a livello provinciale. Se Agrigento va, tira dietro i comuni della Provincia regionale.
Vi è un detto che tutti conosciamo: “Il pesce incomincia a puzzare dalla testa”.
Giuseppe Russo

Nessun commento:
Posta un commento
Per registrare un commento puoi usare il tuo account di Google. Se non ne hai uno scegli utente Anonimo.