domenica 24 agosto 2014

Agrigento e gli agrigentini (1) di Padre Giuseppe Russo

L’agrigentino parla, parla, parla
Agrigento è una città solare. Il mare, le spiagge, il cielo, il sole, la Valle dei Templi, le chiese, i colori delle sue terre e poi via via le strade del centro storico, anche se sono nel più grande abbandono, offrano all’improvviso  degli squarci, che ti fanno dire a cuore aperto: “Quanto è bello”. 





Ma tutto questo all’agrigentino non dice nulla, ecco perché ciò che è pubblico è in abbandono. 
Immobile, muto, cieco e sordo sta dinanzi a questo ben di Dio. Non perché non parla, non vede, non sente, ma perché è indifferente verso tutto quello che lo circonda. A lui importa solo la sua persona, il suo modo di pensare, il piccolo mondo che sta sotto il suo dominio e quello che potrebbe essere in futuro anche suo, perciò non vuole sentire, non vuol vedere, non vuole ascoltare quello che non gli interessa, non vuole valicare il suo piccolo orizzonte.
Però parla, parla, parla, discute, discute, discute, è un filosofo che non viene mai a una conclusione, perché, se giungesse a una conclusione, dovrebbe modificare il suo modo di pensare, il suo modo di agire, il suo modo di rapportarsi con gli altri e questo gli comporterebbe fatica e sacrificio. Forse, se Dante Alighieri scrivesse oggi La Divina Commedia, lo metterebbe nel girone degli ignavi.
Se per caso vi è un agrigentino coraggioso, che vuole uscire da questa palude per vedere, ascoltare e parlare, subito viene criticato, lottato, emarginato con dire: “Che si sente di essere, che vuole fare!” e verrebbe indicato come un individuo lebbroso, che bisogna isolare immediatamente, perché  contagerebbe gli altri, creando una differenziazione pericolosa. 
Con questa filosofia, nell’agrigentino, non può nascere nulla di diverso. Anche le cooperative qui non hanno trovato terreno fertile, perché è lapalissiano che l’agrigentino è individualista. Infatti non sa vivere socialmente, non riesce a portare avanti un lavoro con gli altri con responsabilità. Se vi sono delle cooperative, queste sono alle dirette dipendenze o della Regione o dello Stato. 
L’agrigentino non si associa, perché non ha fiducia nell’altro. L’altro è visto come colui che vuole appropriarsi della sua fatica e del frutto del suo lavoro. Giustamente l’esperienza insegna che una società, costituita con questi sospetti,  va incontro a sicuro  fallimento o per il poco impegno profuso nel lavoro o per appropriazioni indebite. 
L’agrigentino, essendo individualista, non ha grandi progetti, non sogna una trasformazione della società, ma lotta per mantenere lo statu quo, coltivando il proprio orticello nell’assoluta disconoscenza dell’altro, perché ha pausa di trovare concorrenza. Un esempio eclatante e molto banale sotto lo sguardo di tutti è: l’agrigentino, da sempre, si pulisce la casa e butta fuori per strada l’acqua sporca.
L’individualismo porta l’agrigentino ad essere conformista. Se lo si vuole far mutare in qualcosa si smarrisce, quasi ha la sensazione di perdere la propria identità. Allora lotta con arme subdole. In una discussione sembra che accetti le argomentazioni, ma poi quando si arriva al dunque,  senza ritegno, ritorna a fare come sempre ha fatto. Questo modo di essere lo rende bugiardo e invidioso. 
L’agrigentino è poco generoso, se gli chiedi una qualcosa, una notizia, un gesto di generosità, cose che non portano grandi pesi, di presenza ti fa capire che si interesserà, che darà una risposta e che è a disposizione. Chiuso l’incontro, ti porta a domani o a dopodomani, e tu non avrai mai una risposta, finché non ti stanchi e non lo cerchi più. 
Questo modo di essere dell’agrigentino è utile a chi detiene il potere economico e politico, perché, mimetizzandosi dietro questa massa uniforme, non appare e sta dietro le quinte, facendo il puparo. È sicuro che non perderà il potere, anzi lo terrà saldo nelle sue mani ancora per molto tempo, perché  nell’immobilità della situazione agrigentina non incontrerà opposizione, non riceverà scossoni. 
Giuseppe Russo




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