martedì 26 agosto 2014

Agrigento e gli Agrigentini (6) di Padre Giuseppe Russo


Chi è soddisfatto dalla situazione attuale di Agrigento non ama la sua città.
Era il luglio del 1999 quando il mio nuovo superiore provinciale venne a Palermo per un giro di incontri con i confratelli prima di formare le comunità della Provincia religiosa. Nell’incontro che ebbe con me, mi disse che aveva pensato di mandarmi a dirigere la comunità di Agrigento. Non feci obbiezioni, né sollevai problemi e, come al solito, accettai con gioia il trasferimento, anche perché ero abbastanza inoltrato nella storia dei redentoristi di Agrigento e particolarmente sul Servo di Dio P. Isidoro Fiorini.  
Ma fu un disastro. Non perché trovai la chiesa nel modo come la conoscete e la casa in un estremo degrado, che credo ad Agrigento nessuno vive in una situazione simile. E poi la casa presa a colpi di pietre con danni enormi, i vetri della chiesa frantumati ugualmente a colpi di pietra, sentirmi assalito da funzionari pubblici e no con pretensioni sulla casa, che ci appartiene, in quanto abbiamo l’uso perpetuo con il diritto di fare qualunque trasformazione. 
Tutte queste cose non mi abbatterono, poiché provenivo da una lunga esperienza di parroco in grandi parrocchie ed anche a rischio, ma ciò che mi procurò grandi difficoltà fu che ogni volta che aprivo bocca con un agrigentino, era discussione, che portava a rottura. 
Mi interrogai: “Dipende da me?”. E allora vissi mesi di riflessione e di ricerca, ma non trovai nulla di anormale in me. E mi dibattevo tra il “mi isolo?”, “faccio l’indifferente tanto sono di passaggio?”. In vita mia mai ho tirato i remi in barca, perché convinto che un cristiano non deve mai disimpegnarsi e poi provenivo da fronti combattivi. Allora  decisi di capire l’impostazione del pensiero dell’agrigentino e, per trovare un aiuto, acquistai le novelle di Pirandello, poiché la conclusione di ogni discorso con il mio interlocutore di turno era con la solita frase: “Siamo figli di Pirandello”.
I primi interventi su “L’amico del popolo” e ricordo il primo, ”Abbandonata”, sono stati il frutto di questa riflessione. Giustamente ho incontrato gente in questi anni che mi ha detto: “Ho capito che lei vuole bene Agrigento”, altri che mi pregano di continuare in questa battaglia, altri dicono: “Ma padre Russo che cosa ha per la testa?”. Questa diversità di giudizio mi ha incoraggiato a perseverare nella ricerca.
Che ad Agrigento non va tutto bene, come non tutto va male, questo è certo. Ma è certo che i nostri giovani partono, che si fanno solo gli interessi personali o di gruppo, che la città non cresce, poiché percorre la china in discesa che non indica nessuna speranza per il futuro, anzi di arretratezza e di abbandono. E mi interrogo: “Se un bel giorno il governo stabilisse la riduzione delle Province in Italia e tra queste facesse capolino la nostra città, quale sorte avrebbe Agrigento?”. Credo che questa proposta o meglio decisione era stata presa da Francesco I Borbone nel 1838 e furono proprio i redentoristi con monsignor Cocle a scongiurarla.
Agrigento non ha attività agricola, non ha attività marittima, non ha industrie. Agrigento vive con il ceto impiegatizio e soppressa la Provincia ritornerebbe ad avere altri ruderi che nessuno verrebbe a visitare, perché le costruzioni di oggi non dicono proprio niente.
Chiedere che si aguzzi il cervello per non fare partire i giovani, chiedere che la città sia più vivibile, che vi sia più igiene con risolvere il problema dei topi e dei colombi, chiedere di affrontare il grave problema del degrado del centro storico, chiedere impegno e servizio a chi spetta di espletare le pratiche per portare a compimento determinati finanziamenti e tanta e tante altre cose…, questo significa che non si ama Agrigento? 
Sono proprio i cittadini che dicono: “A me non interessano questi problemi, perché ho il mio”. Sono proprio quei cittadini, che si sono costruiti serbatoi di molti metri cubi, e che dicono: “Non noto il  problema dell’acqua”. Sono quei cittadini che con grettezza mentale fanno solo riferimento alla Valle dei Templi, creando un turismo solo di passaggio. Sono quei cittadini che si otturano gli occhi e non guardano i tesori della natura che Dio ha riversato su Agrigento per creare lavoro e benessere, ma li utilizzano per proprio uso e consumo, deturpando tutto. Sono quei cittadini indifferenti verso le meraviglie del centro storico, che anno per anno va in degrado, e quando un edificio crolla sono tutti meravigliati. Sono quei cittadini, che facendogli un rilievo su situazione degradate, come i fili volanti di luce elettrica e di telefono, appesi sconciamente nelle costruzioni del settecento di via Duomo e sulla parete della cattedrale, se la prendono come offesa personale.
Si potrebbe continuare così all’infinito. 
Sono proprio questi i cittadini che, vivendo nella passività, non vogliono bene Agrigento, perché ormai i loro occhi e il loro cervello sono così appannati che non si rendono conto in quale triste situazione si vive. Mi sembra di stare in una provincia di uno stato, così detto, in via di sviluppo.
La commissione antimafia venuta la settimana scorsa ha ribadito queste stesse cose.  Allora chi ce l’ha con Agrigento? 
Credo che le parole di Gesù “Se non vi convertirete, tutti perirete” sono attuali e ci dovrebbero fare riflettere. Vincere le elezioni non significa curare la propria immagine, e porsi a governare non significa occupare i primi posti, ma significa assumersi tutte le problematiche per studiarle e portarle a compimento con spirito di sacrificio e di servizio.
Giuseppe Russo

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