giovedì 28 agosto 2014

Agrigento e gli Agrigentini (7) di Padre Giuseppe Russo


Un grido degli agrigentini del passato: strade, industrie e meno tasse.
Lo storico Giuseppe Picone, enumerando i motivi prossimi dell’adesione degli agrigentini alla rivoluzione del 1848, che rendevano povera ed emarginata la loro città, così si esprime dopo di aver enumerato quelli comuni a tutte le città e paesi della Sicilia: “Un commercio sterilizzato per difetto di viabilità, e per lo niuno incoraggiamento alle industrie, l’esoso intollerabile dazio sul macinato” (pag.609).
Per il Picone queste tre cause spinsero gli agrigentini alla sollevazione contro il governo borbonico, il 18 gennaio, solo sei giorni dopo alla rivolta proclamata a Palermo il 12 gennaio 1848.
Allora la città era racchiusa nel centro storico e le case erano tutte esposte al sole, senza che l’una creasse ombra all’altra. Infatti ai viaggiatori settecenteschi, che venivano dal mare, suscitava tanta ammirazione per la bellezza della forma urbanistica da sembrare ai loro occhi simile alla città di Genova. Ma dopo di averla raggiunta provavano grande delusione, percorrendo vie strette, disastrate, sporche, maleodorante, ove coabitavano uomini e bestie.
Questa era la condizione della Girgenti del settecento e dell’ottocento. Quale è ora la situazione della città dell’inizio del terzo millennio?  
Credo che non vi è una grande differenza, facendo le debite proporzioni.
Allora i mezzi di trasporto erano gli animali, che, quando erano cavalcati, venivano chiamati vetture, poi vi erano le portantine, le carrozze e i carri. Ora i mezzi di trasporto hanno fatto un salto di qualità, tutto è meccanizzato e veloce, mentre le strade sono restate lente ed impervie: sono le antiche mulattiere, asfaltate, che percorrono i tracciati di una volta con curve interminabili, spesse volte senza bordi di protezione ed anche mal tenute. Per questo motivo Agrigento è fuori di ogni commercio. Per percorrere cento venti chilometri, la distanza che separa la nostra città da Palermo, bisogna impiegare più di due ore, se si è ligi ad osservare tutte le limitazioni di velocità. E se uno va a Palermo per sbrigare un affare in giornata, bisogna che faccia salti mortali. Eppure viviamo all’età del progresso! Se, invece, da Agrigento si deve raggiungere Lucca Sicula, Bivona o S. Stefano Quisquina, bisogna raccomandare l’anima a Dio.  Come si può sviluppare un commercio vivace, come si può pensare a introdurre delle attività nuove? Il tempo oggi è d’oro. Giustamente il Picone nella prima metà dell’ottocento già metteva come prima esigenza da risolvere, la modernizzazione delle strade.
Non meno problematica è il “niuno incoraggiamento alle industrie”. L’abbiamo detto diverse volte che questi ultimi decenni hanno vanificato i grandi sforzi dei nostri bisnonni e nonni, operati dalla fine dell’ottocento e all’inizio del novecento. Tutte le attività produttive minerarie, industriali e alimentari, create con tanti sacrifici, sono totalmente scomparse dal nostro territorio. Trovai qualche anno fa in una copia del Corriere della Sera forse del 1870(?), riprodotta in stampa anastatica per una ricorrenza anniversario del quotidiano, un trafiletto, che invitava gli italiani ad acquistare delle  quote di azioni per la realizzazione del porto di Licata. Il porto è stato realizzato, anche se fu distrutto il castello a mare, e per circa cinquanta anni e più portò grande benessere alla città, ne fanno testimonianza le ville liberty della montagna. Ma quando tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo passato le miniere di zolfo dell’agrigentino sono state chiuse e man mano anche tutte le altre attività produttive industriali e agricole, con spirito fatalistico sia da parte dei cittadini che dagli amministratori,  si è accettato questa dissolvenza e non si è reagito per trovare altre attività produttive o per ammodernare i mezzi di produzione, causando  la caduta a picco dell’economia, che oggi è la più povera dell’Italia. Il “niuno incoraggiamento” di cui parla il Picone ancora perdura tra l’indifferenza dei politici, degli amministratori e anche con fatalismo dai cittadini, che non fanno altro che discussioni sterili e vuote di significato, quando non fanno altro che salire e scendere dai tribunali e così l’amministrazione va alla deriva, il denaro assegnato per realizzare delle opere si spende, creando disoccupazione, povertà  e arretratezza, che perdura imperante.
Il terzo punto elencato dal Picone: “l’esoso intollerabile dazio sul macinato”. Allora vi era questa sola tassa, che colpiva quasi tutta la popolazione ed era motivo spesse volte di rivolte delle popolazioni. Ma oggi non siamo assaliti da una infinità di balzelli? 
Acquistando una qualsiasi cosa, anche la più semplice, come un pacchetto di caramelle, dobbiamo pagare il balzello. E tassa sulla casa, sulla macchina, sull’acqua, che riceviamo a casa, sui liquidi, che immettiamo nelle fogne, sulla spazzatura, sulla luce, sul telefono, per la sosta delle macchine e tante e tante altre. Fra poco pagheremo anche  l’aria che respiriamo.
Se l’agrigentino di allora si lamentava per l’inattività dei Borboni, che erano il capro espiatorio, e insorgeva, sperando in una alternativa di avere strade migliori per un incremento del commercio, di avere industrie per creare modernità e lavoro, di pagare meno tasse. Ora l’agrigentino è rassegnato, perché non trova una alternativa per uno sviluppo, per un cambiamento. Così  tutto va alla deriva, perché non vi è speranza. 
Giuseppe Russo

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