mercoledì 3 settembre 2014

Agrigento e gli agrigentini (2) di Padre Giuseppe Russo


L’impiegato è a servizio del cittadino e non il cittadino a servizio dell’impiegato.
Ad Agrigento i rapporti di un cittadino con gli uffici comunali, provinciali e statali non sono proprio sereni, anzi direi non accoglienti. Questi rapporti vengono subito notati da chi proviene da altre Province, che creano nell’animo nel nuovo arrivato un grande disaggio, che gli fa sorgere la domanda: “Dove mi trovo?”. 
Eppure si viene con entusiasmo ad Agrigento per quel poco che si conosce. In realtà il primo impatto con la città è splendido. Si è subito ammaliato dalla natura, che lo avvolge nel sole, nell’aria, nei colori, facendogli credere di trovarsi in un clima di serenità, di sincerità e di umanità.
Ma non è proprio così, poiché appena incomincia ad avere i primi approcci con gli agrigentini, la sensazione, che prova, è di smarrimento. Si sente proprio sperduto e totalmente estraneo, provando un forte senso di rigetto su tutto ciò che lo circonda. Solo una carica di umanità lo lascia sopravvivere, portandolo a capire il perché di questo modo di essere.
Gli agrigentini sanno di essere così. Infatti trasformano tutto per non confrontarsi con gli altri, tanto che esclamano con orgoglio: “Noi siamo figli di Pirandello!”. Definendosi in questo modo credono di nobilitarsi, di essere superiori agli altri. Eppure non si rendono conto che Pirandello non racconta sé stesso per essere loro padre, ma nelle sue novelle sferza l’immoralità, infingardaggine, la doppiezza, la falsità, la poca disponibilità degli agrigentini. Se Pirandello fosse nato altrove, forse, non avrebbe trovato tanta materia da raccontare. Perciò gli agrigentini dovrebbero dire: “Pirandello ci ha rappresentato nelle sue novelle con le nostre disgrazie e noi non siamo figli suoi”. Però con questo dire “Noi siamo figli di Pirandello!” gli agrigentini hanno trasformato anche Pirandello nella loro mentalità.
Credo che il vero essere dell’impiegato agrigentino è stato ben descritto recentemente anche  da Andrea Cammilleri nella sua opera “La mossa del cavallo”. Un testo che racconta la situazione del ceto impiegatizio agrigentino della fine dell’ottocento, ma che è la vera fotografia dell’impiegato agrigentino di oggi. 
L’impiegato agrigentino è tutto preso della sua persona, tutto evasivo, che guarda dall’alto chi gli sta di fronte, che non muove un dito per risolvere anche un piccolissimo problema di quel povero disgraziato, che è venuto a trovarlo. 
Chi va per gli uffici oggi, vive un calvario, ma non si capisce se per la cattiva volontà o per l’ignoranza di chi sta al di là dello sportello.
Un mio confratello mi racconta: Il 1° settembre 2004, recandomi presso l’ACI per pagare la tassa di circolazione, mi rendo conto di non aver ricevuto il tagliando dopo la visita per la conferma della patente, avvenuta il 23.11.2000. Chiedo cosa fare e l’impiegato mi manda  all’ufficio Patenti Speciali. L’impiegato di questo ufficio mi spiega che non è di loro competenza e mi favorisce gentilmente il numero verde 800232323 del Ministero dei Trasporti, che a casa digito in varie ore, ma dall’altra parte la risposta è sempre: “il numero selezionato è inesistente”. Il 3 settembre mi reco all’ufficio patenti in Prefettura, qui ad Agrigento, la risposta è “deve rivolgersi a Messina dove ha passato la visita nel 2000 o esibire il certificato medico rilasciatogli”. Passo alla Caserma dei Carabinieri, Pl. Moro, l’addetto mi accoglie gentilmente, comprende subito il mio caso, digita il n° 800232323 e, dopo di aver dato gli estremi, dall’altra parte gli danno la risposta, che la patente n. 88834 è in regola con scadenza 23.11.2005. Ritornato a casa digito il solito numero verde per richiedere il tagliando, ma ricevo sempre la solita risposta: “il numero selezionato è inesistente”. Allora il 7 settembre 2004 mi reco presso un’autoscuola, spiego il mio caso, che viene capito a volo, e con grande cortesia l’addetto compone il numero verde 888232323, chiedendo il tagliando. Non  sono passati quindici giorni che il Ministero dei Trasporti invia il tagliando da applicare alla patente.
Mi domando: Se questo caso fosse capitato a un povero contadino o ad operaio di un comune dell’interno della Provincia, in quali situazione si sarebbe trovato? Lo sventurato se ne sarebbe ritornato sconsolato a casa sua, inveendo contro tutti e contro tutto e certamente sarebbe caduto nelle mai di qualche approfittatore, che gli avrebbe spillato dei buoni soldini.
Per una coscienza distolta, che ci siamo formata, crediamo che delitti sono solo uccidere, rubare, se ci scoprono, e forse anche ciò che riguarda il sesso, ma il non espletare il proprio dovere non è delitto. Un mio compagno di infanzia tanti anni fa mi diceva: “Io ho avuto il posto alla Regione, per il posto che ho mi devono dare lo stipendio, se vogliono che io faccia qualcosa mi devono pagare oltre”. 
Credo che l’impiegato è a sevizio del cittadino e non il cittadino è a servizio dell’impiegato.
Se ci fosse un po’ di moralità, staremmo un po’ meglio tutti e non si farebbe scioccamente riferimento a Pirandello.
Giuseppe Russo.




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