lunedì 1 settembre 2014

Agrigento e gli agrigentini (4) di Padre Giuseppe Russo


L’impotenza operativa
La politica agrigentina nell’era moderna è nata malata, è cresciuta malata ed è restata malata. Soffre di una malattia veramente cronica, quale è l’impotenza operativa, che non vuole e non fa risolvere anche i problemi i più piccoli, che riguardano la cittadinanza. Si è passato da uno assolutismo ad un altro assolutismo, benché oggi si dice che viviamo in democrazia. Eppure Agrigento ha vissuto un secolo d’oro per la crescita umana, il secolo dei vescovi Gioeni e Lucchesi Palli, che hanno lavorato nel sociale e nella cultura per far crescere l’uomo agrigentino. Allora, benché la polis fosse amministrata nella forma paternalistica, vi era un agire di veri padri, che operavano per il bene dei loro figli, desiderando tutto il loro bene. Per constatare questo basta riportare la memoria  a ciò che hanno fatto per la polis agrigentina. Aprirono, anche pagando di persona, con le loro iniziative degli spiragli verso una gestione della città, che allora non potevano dirsi democratici. Ma sventuratamente non vi fu una continuità con i vescovi successivi e non per tutta colpa loro. Solo Cavalieri, che governò la diocesi per due anni, pensò di impiantare un orto botanico per coltivare delle erbe curative da destinare ai poveri. 
Subito dopo questi vescovi illuminati, venne la rivoluzione francese, che con la proclamazione dei principi di libertà, legalità e fraternità, iniettò idee nuove nella testa di alcuni agrigentini, benché il potere borbonico si fosse consolidato in quegli anni ancor di più in Sicilia sino ad arrivare a sopprimere la titolarità di regno e i privilegi. Queste idee non portarono man mano la crescita del popolo  nella libertà, che è il frutto della legalità e della fraternità, ma contribuirono soltanto a far passare la gestione della città totalmente nelle mani di alcuni rappresentanti di famiglie nobili o di famiglie  appartenenti al nuovo ceto, quello della borghesia.  Vedi  i Ceraulo, i Bianchini, i Ricci Gramitto prima, e in seguito gli altri, che si impossessarono della gestione della città sempre in nome del popolo, che è stato sempre utilizzato per manifestare, gridare ed operare anche alcune volte cruentamente. 
Queste famiglie emergenti per conquistare il potere nell’ottocento furono aiutati da zii e da fratelli, che avevano per tradizione fatto ai vescovi da contro altare nella gestione della città e della vastissima diocesi. Sfacciatamente passavano dall’abbasso i Borboni all’evviva i Borboni, e poi sbandierando nei vari decenni successivi fino ad oggi i diversi simboli, secondo la convenienza del vento che spirava, ora quella dei borbonici, ora quella dei rivoluzionari repubblicani, ora quella dei massoni, ora quella dei liberali, ora quella dei fascisti e… dei democristiani e così via, sempre restando fermi nella mentalità del proprio orto da incrementare senza mai avere un progetto per la crescita della città e della cittadinanza per renderla democratica, civile e moderna.
In questi centocinquanta anni di Italia unificata, Agrigento ha subito delle grandi trasformazioni. Per  scendere dalla collina, ha abbattuto le mura di cinta, ha cancellato chiese e palazzi, che raccontavano pagine di storia, ha lasciato nell’abbandono il centro storico, consegnandolo ai topi, ai colombi ed alle erbacce. Ha reso brutta la città con grattacieli anonimi, parallelepipedi senza idee architettoniche, ha derubato a tanti agrigentini la veduta del mare, ha creato un parco che non serve a nessuno ed è in assoluto abbandono, ha fatto edificare una parte della città nuova in zona freatica e sulle ex miniere di zolfo, creando per il prossimo futuro dei grossi problemi abitativi, ha costruito un megaospedale, che all’inaugurazione è risultato già vecchio per la quasi nessuna attenzione nel fare i lavori secondo le regole del convivere civile.




   Tutti questi malanni ed altri non si sono abbattuti sulla città casualmente, all’improvviso, come può accadere per un terremoto, per un temporale impetuoso, ma questi malanni sono stati volutamente procurati alla città per una scelta calcolata di convenienza personale o di tornaconto del proprio piccolo gruppo. Le modalità possono essere diverse: il favoritismo elettorale, la convenienza economica di uno o di alcuni, il rispetto riverenziale verso gli “amici” per poi ricavarne un vantaggio, la promessa di avanzare nella carriera e così ancora.
 Ma tutto questo non è politica, non ha nulla a che fare con la politica, ma è affarismo. 
Politica è servizio, confronto, lavorare per una convergenza più larga delle idee,  cercando un sentire per il bene comune. 
L’attività del politico è servire il cittadino per farlo crescere nella libertà, per difenderlo dai soprusi, per  aiutarlo ad affermarsi ed estrinsecarsi senza avere paura,  per trovare nuovi modi per aumentare i posti di lavoro, per trovare altri servizi atti a risolvere le necessità. Il politico dovrebbe dare voce a chi non ne ha. 
Ma tutto questo ad Agrigento non esiste. In cinque anni, che vivo ad Agrigento in via Duomo, non ho visto risolvere un solo problema, come quelli gravi della circolazione, del metano…anzi ho  visto morire sempre di più un poco alla volta questa via, quando dovrebbe essere una delle zone messe in evidenza per i monumenti che vi si trovano. E questo è un esempio.
Se via Duomo interessasse a qualcuno, forse questi ed altri problemi sarebbero stati già risolti.
Giuseppe Russo


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